La magia nell'antico Egitto

Nell'immaginario collettivo l'antico Egitto viene spesso considerato il paese del mistero, della superstizione e della magia per eccellenza.
In effetti, fin dagli albori della loro storia gli egizi hanno prodotto amuleti e scritto testi magici cui facevano ricorso per ottenere un aiuto soprannaturale nelle situazioni piu disparate. Scrittori ebrei, greci e romani li hanno descritti nelle loro opere come uomini esperti di scienze occulte e detentori di poteri magici che usavano per procurare del bene o del male.

Lo stesso Mose, durante il suo soggiorno in Egitto, fu istruito nelle pratiche magiche che poi esercito per volonta del suo dio. L'antica parola egizia utilizzata per designare la magia e heka, termine che definisce una forza soprannaturale di cui sono dotati tutti gli dei, i sovrani, i defunti e i maghi (hekau).

Nel pantheon egizio esistevano due divinita strettamente connesse con il mondo della magia: il dio Heka, personificazione della magia, venerato soprattutto nel nord del paese, e la dea Ueret Hekau (Grande di magia), che simboleggiava la forza divina insita nella corona indossata da ogni sovrano regnante. La magia era strettamente connessa con la religione, in un rapporto di stretta interdipendenza.

Trovandosi di fronte a eventi inspiegabili razionalmente e determinati da cause sconosciute, gli antichi egizi si affidavano indistintamente alle pratiche magiche o ai riti religiosi, nella speranza di ottenere un aiuto soprannaturale.

Questo legame e dimostrato dal fatto che molti maghi ricoprivano al tempo stesso la carica di sacerdote. Essi venivano istruiti nella scienza magica grazie allo studio di testi sacri che si trovavano nelle grandi biblioteche della corte e dei templi, le cosiddette "Case della vita".

In tali opere letterarie erano confluite antiche credenze magiche risalenti fino all'epoca predinastica e tramandatesi oralmente per lungo tempo. La storia ha trasmesso i nomi di alcuni personaggi venerati per la loro saggezza e i loro poteri soprannaturali: Imhotep (l'architetto del faraone Zoser), Horgedef (uno dei figli di Cheope) e il principe Khemuaset (uno dei figli di Ramesse II). Il mestiere di mago in quanto tale probabilmente non esisteva.

Molto rare sono le figure di donne esperte di magia; le scarse informazioni in nostro possesso parlano di donne veggenti in grado di mettersi in contatto con i morti o di guarire i bambini malati. A questo proposito e necessario sottolineare la "simbiosi" esistente tra magia e medicina.

Anche in questo caso infatti gli antichi egizi equiparavano le due sapienze e ricorrevano spesso a pozioni magiche nel tentativo di guarire da malattie, che spesso si ritenevano causate da demoni o spiriti malvagi. Molte pratiche mediche, per essere considerate veramente efficaci, dovevano inoltre essere accompagnate da particolari formule che era necessario recitare secondo determinate procedure.

I motivi per cui si faceva ricorso alla magia erano numerosi.
Le pratiche magiche potevano essere di tipo difensivo o distruttivo, ma in entrambi i casi lo scopo era quello di fornire all'uomo gli strumenti per indurre le forze soprannaturali, tra cui anche gli dei, a compiere cio che era nella sua volonta.

Secondo gli antichi egizi la magia proteggeva i singoli individui dagli incidenti, dai fantasmi e dalle malattie, ed aiutava ad ottenere insperati successi in amore. I riti magici tutelavano inoltre i defunti salvaguardandoli dalla seconda e definitiva morte che sarebbe subentrata con il venir meno delle offerte funebri. La magia era anche messa al servizio dello Stato per evitare le invasioni nemiche e garantire le vittorie militari; in questi casi si faceva spesso ricorso a pratiche distruttive contro i nemici dell'Egitto che si credeva cosi di poter annientare.

Numerosi ed interessanti brani letterari tramandano le ansie e le speranze di donne e uomini disperati che invocano un aiuto soprannaturale contro la sofferenza che li affligge. I mezzi utilizzati per compiere riti magici variano a seconda del fine che si vuole raggiungere.

La magia volta a procurare il male di qualcuno si praticava facendo sciogliere statuine di cera, modellate ad immagine e somiglianza della vittima designata. Secondo la credenza egizia infatti si poteva trasmettere ad ogni figura umana, animale o divina, l'anima dell'essere che vi era effigiato e quindi agire su di essa tramite rituali magici. Questa e la teoria che sta alla base degli ushabti, le numerose statuine rinvenute tra i corredi funerari. Si riteneva che esse dovessero magicamente prender vita e lavorare al posto del defunto nell'Aldila, come indica l'iscrizione solitamente incisa sul loro corpo.

Altre statue con valenza magica sono le cosiddette "guaritrici". Sulle loro superfici, ricoperte di lunghe iscrizioni geroglifiche contro serpenti, coccodrilli e scorpioni, veniva fatta scorrere dell'acqua che, dopo essersi impregnata di virtu magiche, veniva usata per guarire dalle morsicature o semplicemente per scongiurare il pericolo di essere aggrediti da tali animali.

Le pratiche magiche destinate a rendere inoffensivi i nemici dell'Egitto prevedevano la fabbricazione di rozze statuine di argilla, su cui venivano scritti i nomi dei popoli temuti prima di essere fatte a pezzi e poi sepolte. Non solo le statue, ma anche le immagini dipinte o scolpite assumevano una valenza magica.

Le pareti dei sarcofagi o le stele deposte nelle cappelle funerarie erano spesso decorate con immagini di cibi, bevande, abiti e tutto quanto ritenuto necessario per la vita nell'Aldila. Tali immagini potevano magicamente trasformarsi in realta, garantendo quindi benessere e sussistenza al defunto, anche nel caso in cui i parenti non si fossero piu preoccupati di portare costantemente offerte funerarie nella tomba. In base alla stessa teoria i segni geroglifici raffiguranti animali pericolosi, come il serpente, venivano riprodotti mutili all'interno delle tombe, affinché non potessero animarsi e recare danno al defunto.

Si pensava che anche le parole scritte, nel momento stesso in cui venivano pronunciate, dessero magicamente vita all'oggetto che evocavano. Per questo le iscrizioni incise sulle pareti esterne delle antiche tombe riportano spesso un'invocazione del defunto, che si rivolge ai viandanti implorandoli affinché questi ne pronuncino il nome, per farlo cosi rivivere.

Il valore magico della parola e presente anche nei testi religiosi forniti al defunto per il suo viaggio ultraterreno. Il Libro dei Morti, celebre raccolta di formule i cui primi esemplari risalgono al Nuovo Regno, aveva lo scopo di aiutare l'anima del morto a superare gli ostacoli che poteva incontrare sul suo cammino verso il regno dell'Aldila. Grazie a questo testo il defunto veniva a conoscenza delle giuste parole da pronunciare in ogni circostanza e poteva arrivare incolume alla sua meta.

Tra le cerimonie magico-religiose piu importanti deve essere ricordata la cosiddetta "apertura della bocca". Questo rito si praticava sulla mummia poco prima della sepoltura ed era officiato dal sacerdote sem, vestito con una pelle di pantera. La cerimonia aveva lo scopo di rianimare le facolta sensoriali del defunto dopo che era stato imbalsamato, consentendogli di tornare simbolicamente a vedere, sentire, respirare e mangiare.

Lo stretto rapporto esistente tra il mondo dei vivi e quello dei morti e sottolineato da alcune lettere che ' implorano aiuto dai defunti. Spesso infatti i parenti si rivolgono ad un loro caro estinto, per dirimere questioni di carattere legale o relative a lasciti contestati. Per convincerlo ad intervenire, promettono al defunto ricche offerte funerarie.

Il legame tra vivi e morti pero non e sempre di tipo amichevole. Gli egizi talora ritenevano i defunti responsabili di crimini e cattiverie contro i vivi, come risulta da alcune lettere scritte su papiro, lino o frammenti di calcare deposte all'interno delle tombe. In una di queste un marito si lamenta del fatto che la propria moglie defunta lo tormenta con ogni genere di sofferenze, nonostante il grande amore da lui manifestatole quando questa era in vita.

Tra le pratiche magiche diffusesi in Egitto ebbe grande importanza anche l'interpretazione onirica, in quanto si credeva che gli dei manifestassero la propria volonta agli uomini attraverso i sogni. Spesso i maghi ricorrevano a vari tipi di incantesimi per procurare visioni durante il sonno ai loro clienti, che speravano cosi di prevedere il corso della propria vita futura. Precise "ricette" magiche indicavano il tipo di preghiera da rivolgere ad un determinato dio per farlo comparire in sogno: l'invocazione del supplicante doveva essere scritta su un telo nero con un inchiostro composto da estratti di erbe e frutti, sangue animale, incenso, mirra,…

La magia era anche usata per stabilire quali fossero i giorni fausti e quelli infausti nel corso dell'anno, come risulta da alcuni papiri che contengono copie dell'antico calendario egizio con questo tipo di indicazioni. Durante i temuti giorni infausti era inutile compiere cerimonie magiche, in quanto esse non avrebbero apportato alcun beneficio al postulante, ed era inoltre consigliabile non uscire di casa.

La magia era dunque uno strumento cui fecero ricorso tutti, in ogni epoca della storia egizia e senza differenza di ceto sociale. Le sue potenzialita erano ritenute senza limiti e il suo scopo era quello di dare all'uomo il predominio su tutte le forze del cosmo. Si arrivava anche a minacciare gli dei di immani catastrofi nel caso in cui la pratica magica non avesse avuto il successo sperato e la richiesta non fosse stata esaudita!

Nonostante l'enorme potere attribuito alla magia nei suoi molteplici aspetti, gli egizi restavano pero convinti che il destino di ogni uomo venisse stabilito ineluttabilmente al momento della sua nascita e non vi fosse quindi alcuna possibilita di modificarlo. L'incongruenza esistente tra queste opposte teorie e uno degli aspetti caratteristici del pensiero egizio che accettava credenze contrastanti senza alcuna difficolta.



Il culto di Diana

Molte invocazioni alla luna paiono essere i frammenti di antiche pre­ghiere. Il suo culto e antichissimo e precede il culto solare, ma ha conti­nuato a sopravvivere anche in periodo cristiano. Deriva da antichi culti connessi alla fertilita della terra e della donna, il cui ciclo di 28 giorni ha la stessa durata di quello lunare.

Nel mondo greco la luna era rappresentata da Artemide, il culto della quale si era diffuso anche nell'Asia, con caratteristiche particolari. An­cora si puo vedere a Efeso la base dell'Artemisio, il grandissimo tempio con spaziosi colonnati, dedicato ad Artemide, la Diana dei Romani.

Negli Atti degli Apostoli si narra del grande tumulto che avvenne a Efe­so, quando Paolo vi si reco per predicare il nuovo Evangelo: «Or in quel tempo nacque un grande tumulto a proposito della nuova Via. Poiche un tale, chiamato Demetrio, orefice, che faceva dei tempietti di Diana in ar­gento, procurava grande guadagno agli artigiani, radunati questi e le al­tre persone che lavoravano colali cose, disse: Uomini, voi sapete che dall'esercizio di quest'arte viene la nostra prosperita. E voi vedete e udi­te che questo Paolo ha persuaso e sviato gran moltitudine non solo in Efeso, ma quasi in tutta l'Asia, dicendo che quelli fatti con mani non sono dei. E non solo v'e pericolo che questo ramo della nostra arte cada in discredito, ma che anche il tempio della grande dea Diana sia reputato per nulla, e che sia perfino spogliata della sua maesta colei che tutta l'A­sia e il mondo adorano. Ed essi, udite queste cose, accesi di sdegno, si misero a gridare: Grande e la Diana degli Efesini! E tutta la citta fu ripie­na di confusione...»1. Il brano dimostra chiaramente quanto, all'inizio dell'era cristiana, fosse diffuso nell'Asia il culto di Diana-Artemide.

Il nome Diana in Romania diventa Zina, che significa fata, cosi come in Sardegna diventa lana con lo stesso significato.

Sia le fate rumene che quelle sarde hanno un carattere molto simile, al­quanto ambivalente. C'e di piu: la patrona delle zine rumene e Erodiada, chiamata anche Arada. Quest'ultimo nome ricorre spesso nella mitolo­gia sarda come Araj dimoniu, e molti toponimi lo portano incorporato.

Carlo Ginzburg riporta un testo del x secolo che raccoglie le istruzioni destinate ai vescovi che avrebbero dovuto sradicare alcune pratiche su­perstiziose: «Non bisogna tacere che certe donne scellerate, divenute se­guaci di Satana, sedotte dalle fantastiche illusioni dei demoni, sostengo­no di cavalcare la notte sopra certe bestie insieme a Diana, dea dei paga­ni, e a una grande moltitudine di donne; di percorrere grandi distanze nel silenzio della notte profonda; di obbedire agli ordini della dea come se fosse la loro signora; di essere chiamate in determinate notti a servirla».

Un secolo piu tardi Burcardo di Worms riprendera lo stesso testo ag­giungendo al nome di Diana quello di Erodiade «cum Diana, paganorum Dea, vel Herodiade».

Il testo, conosciuto col nome di Canon Episcopi, fu ampiamente ripre­so nei secoli successivi, piu o meno con le stesse parole, tanto da trovar­ne tracce evidenti anche in alcuni sinodi del XVI secolo.

Alcune credenze di chiara origine pagana, connesse ai culti della fertili­ta, sono il risultato di sedimentazioni antichissime sulle quali si sono in­nestate superstizioni medievali e stereotipi inquisitoriali, benché le tradi­zioni piu arcaiche affondino le loro radici nello sciamanesimo. Il volo estatico e la metamorfosi in animale sono tratti tipicamente sciamanici giunti in Sardegna in tempi assai remoti, attraverso ondate migratorie non bene identificate.

Il culto di Artemide-Diana, successivamente chiamata Herodiade-He-roda-Arada, e giunto fino a noi deformato dalle demonizzazioni effettua­te nel corso del medioevo.

Nella Gallura Diana-Heroda e chiamata Rodas e si trova a capo di 12 demoni. Cavalcano tutti dei cavalli bianchi e dove passano distruggono cio che incontrano. Questi 13 cavalieri sono chiamati "l'almata di Ro­das". In essi e facile riconoscere la personificazione della luna, quando l'anno lunare era ripartito in 13 mesi di 28 giorni ciascuno. Nei paesi di Siligo, Thiesi e dintorni questa divinita era chiamata S'Arre Justa (S'A-raj Justa), nome che si contrappone ad Araj dimoniu, dove appare evi­dente la sostituzione dell'epiteto.

Le feste in onore di Artemide si celebravano soprattutto in primavera, nel periodo detto Pasca 'efrores, ossia durante la Pentecoste. La dea era considerata la piu pura e la piu casta delle vergini, si dilettava nella cac­cia e si bagnava nell'acqua delle fonti, per poi percorrere, durante la not­te, vasti spazi tra monti e valli, seguita dalle sue compagne. Essendo una divinita della natura, le sue seguaci l'adoravano nei luoghi solitari, so­prattutto lungo i corsi d'acqua e sulle vette dei monti.

Le regole della vita sociale che gli uomini si erano date nell'abbandona­re il mondo animale dovevano essere rispettate. Artemide puniva tutti co­loro che con le loro azioni ritornavano al selvaggio, puniva coloro che violentavano le vergini e che si macchiavano di ogni altra sopraffazione, cosi come puniva coloro che esercitavano la caccia in modo selvaggio, ef­fettuando una distruzione senza limiti. Anche i cuccioli, al pari dei bambi­ni, erano sotto la sua protezione e dovevano essere risparmiati. Orione era divenuto un cacciatore selvaggio che sterminava persino i cuccioli e quando attentera alla verginita della dea verra da questa ucciso.

Artemide veniva invocata dalle giovani spose per essere da lei assistite nel parto; per questo era denominata Lochia o Lochefa, che significa ap­punto «protettrice delle partorienti». Proteggeva anche i neonati e le loro balie, che la chiamavano Kurotróphe (colei che fa crescere i bambini). Con il nome di Lochia, Artemide veniva invocata in filastrocche che, con minime varianti, si ripetevano in numerosi paesi della Sardegna cen­trale fino a una cinquantina d'anni orsono. Si tratta di invocazioni alla luna prima di effettuare il volo estatico, nonostante sia presente una forte manipolazione:

Luna luna, paraluna, panstella,
ses sa bella de muntanna, Sennor'Anna, supruddetu, s'ebbamia,
Santu Loche, Sant'Elia, tottu sos santos si panzana in bia.*

* «Luna luna, paraluna (?), panstella (?), sei la bella della montagna, Signora Anna, il puledro, la cavalla mia, Santo Loche (?), Sant'Elia, tutti i santi si pongano in cammino». Inf. Giovanna Coraz­za, anni 70, casalinga, Luta.

Santu Loche pare un evidente richiamo ad Artemide Locheia. Questa filastrocca viene ricordata a Galtelli, a Crune, a Lula e a Mamoiada. A Lula le ragazze la recitavano sedute in cerchio e battendo le mani. In qualche paese anziché Loche si dice Rocche. Non si conosce un santo dal nome Loche, mentre alcuni toponimi sono denominati Lochele, Lu­che, Lochia.

La versione di questa filastrocca, recitata a Bitti, appare piu completa perché rivela varie stratificazioni dei nomi dati alla luna:

Luna luna, paraluna, paristella,
ses sa bella de muntanna,
Sennor'Anna, Sennor Sebezi,
S'ebba mia, Sant'Elia, Santu Rocche
Sian ocros a inoche.*

* Inf. Pasquale Dore, anni 70; Maria Turtas, anni 60; Rosa Contu, anni 75, Bitti. " Esiste anche un nuraghe presso Codrongianus chiamato Sennor'Anna.

Sennor'Anna, ossia Anna la Signora", sembrerebbe l'antico nome del­la luna forse riferito ad Anath, divinita cananea, sorella e moglie di Baal, che intorno al 2000 a.C. viene equiparata a Ishtar, ovvero ad Astarte. Ma non e escluso che si tratti del nome sumerico della luna nuova, chiamata Nanna, che i Babilonesi chiamavano Inanna, mentre i Cananei le davano il nome di Nannaru o Nenneru.

Sennor Sebezi ricorda invece molto da vicino il termine greco sébesis, che indica venerazione; in questo caso la luna diventa "la Veneranda". Tale nome in alcuni paesi della Sardegna viene dato anche a un partico­lare amuleto, detto su sebeze, che veniva applicato all'abitino dei neona­ti per allontanare il malocchio. Era costituito da una sfera di ossidiana o di opale incastonata in argento. Quest'oggetto, tenuto in grande conside­razione per la protezione dei bimbi, richiama la luna sia per la forma sfe­rica che per i colori. In sardo su sebeze come pure Sennor Sebezi sono nomi maschili, ma e possibile una corruzione in tempi recenti, quando non se ne conosceva piu il significato originario. Non e da escludere co­munque che tali nomi rimandino a tempi antichissimi, a quando la divi­nita lunare per alcuni popoli aveva nome maschile. Sia che fosse detta Nanna o Sin il suo culto superava di gran lunga quello degli altri dei. A Gavoi alcuni amuleti erano chiamati sinicurzis, con evidente richiamo alla luna.

Anche Santu Rocche, che cristianizzato rimanda a San Rocco, e l'anti­co nome greco di Artemide, detta Rocchéa. Con questo nome veniva in­dicata come vergine delle rocce. Se questi nomi corrispondono agli epi­teti con cui in tempi lontani Artemide veniva invocata, non e da escludere che anche il nome Sant'Elia sia un adattamento di Elios, il sole, che sempre veniva collegato alla luna come suo fratello.

Alla divinita lunare in periodo cristiano si sovrappose il nome di San­t'Anna, cui vennero dati gli stessi attributi della luna, l'importanza della quale e stata sempre enorme presso gli antichi popoli, in quanto collega­ta alle acque.

In tutte le attivita agropastorali si guardava alla luna, soprattutto per se­minare e raccogliere i frutti. Si credeva che la luna favorisse i parti e an­cora si dice che i bambini nascano soprattutto con la luna piena. In perio­do matriarcale la luna era considerata la massima divinita. Il mondo egi­zio la identificava con Iside, che viene rappresentata con la falce di luna oppure col disco lunare sulla testa.

Nella toponomastica sarda si possono ancora trovare vistose tracce di questo culto: Lunamatrona, Nuraghe Luna, Sa luna vera, Cala 'e Luna, Monte Luna, Monte Selene, Monte Diana. Tale culto, piu o meno nasco­sto, e rintracciabile anche in alcune preghiere che tante donne ripetevano ancora nei primi decenni del Novecento, oltreché in formule magiche e in numerose tradizioni popolari. Una preghiera-scongiuro molto nota in Sardegna, di cui esistono numerose versioni anche in altre parti d'Italia e d'Europa, veniva recitata quando imperversavano le bufere, con lo sco­po di allontanare il demonio che le suscitava. Si tratta delle "Dodici pa­role della verita".

Le versioni sarde piu recenti e cristianizzate non menzionano né la luna né il sole, come accade invece nelle versioni piu antiche che certamente ricalcano uno scongiuro pagano e si rifanno a preghiere che chiaramente rinviano al passaggio da una religione ctonia a una religione celeste.

La preghiera in questione, recitata dalle persone piu vecchie, suona in tal modo:

«De sas doighi paraulas ornadas mi nd'as a narrer una» (Delle dodici parole ornate ne dirai una).

«Una. Prus podet su sole chi non sa luna» (Una, e piu potente il sole della luna).

In qualche paese si dice:
«Una, benedittu siat su sole chin sa luna»
(Una, sia benedetto il sole con la luna).

In altre localita, dove il cristianesimo penetro prima, si dice:
Una. Prus podet Deus chi non sole e luna (Una, e piu potente Iddio del sole e della luna).
In queste versioni la preghiera-scongiuro e giunta fino ai nostri giorni.

Nel xvi secolo l'invocazione alla luna doveva essere ancora abbastanza viva, a giudicare da certe accuse che venivano mosse ad alcune donne nel periodo inquisitoriale. Gustav Henningsen, in una ricerca sull'Inquisizione spagnola nei secoli XVI e XVII, nell'esaminare una parte dei docu­menti che riguardano la Sardegna, riferisce un caso avvenuto nel 1578: «L'accusato si chiamava Serampiona Manna. Era una donna sposata, di Alghero... fu denunciata al Santo Uffizio da molti testimoni che diceva­no che Serampiona parlava con la luna, che andava a casa sua e le rac­contava le cose che sarebbero accadute nel futuro. I vicini la consultava­no di tanto in tanto perché rivelasse il loro futuro, pero non pare che esercitasse professionalmente il lavoro di indovina. Durante lo svolgersi della causa racconto agli inquisitori cose molto bizzarre. Racconto anche che una certa Sebastiana Sanna di Alghero, che appare anche in un altro processo, le aveva insegnato una preghiera al sole...».

Corrain e Zampini riportano per la Sicilia, ma crediamo che anche in Sardegna si facessero le stesse domande, essendo identiche la maggior parte delle credenze, alcuni brani di un antico prontuario del xv secolo, da usare soprattutto durante le confessioni.

Tra le domande da fare a chi si confessava sta scritto: «...si hay usatu l'ani di la nigromancia. Si dimandasti alcuna grada a lu soli, luna, stil­li. Si pigliasti ossa di morti, oy di pagani per fari alcuna magia...» (Confessionale n).

«Hai adoratu luna, oi suli, oi stilli, per magaria?... Haifactu lu crivu (crivello)?... oy quandu vidi la luna nova dichi: - a la mia casa poza fari - Ancora adimanda si aridi li donni di fori e ki vayanu la noeti...» (Confessionale m).

Giuseppe Pitre spiega che le Donni difuora «sono esseri soprannatura­li, un po' streghe e un po' fate, senza potersi discernere in che veramente differiscano le une dalle altre. Geni benefici o malefici, disposti e ferma­mente decisi a giovare o a nuocere, ad arricchire o ad impoverire, a far belli o a rendere brutti, esse non hanno altro movente se non il capriccio, la bizzarria e una certa lor maniera di vedere e giudicare le cose. Sono donne, hanno del matronale per aitanza di persone... e per una tale mae­sta di andatura, di pose, di voce che e una bellezza per se stessa... Amano la pulizia e la compostezza fino allo scrupolo e nelle case dove vanno vogliono trovare tutto nell'ordine... esse non sono visibili a chicchessia né sempre; anzi puo reputarsi fortunato chi riesce a vederle e, vedutele, a cattivarsene l'animo indocilmente bizzarro... Non in tutti i giorni della settimana e loro concesso di uscire; ma vanno attorno il giovedi notte, al buio, penetrando nelle case pei buchi delle serrature e per le fessure de­gli usci».

Non c'e chi non veda, in questa descrizione, molte delle caratteristiche delle fate sarde e della gioviana, un essere femminile che, secondo la tra­dizione, si presentava nelle case la notte del giovedi quando le donne si attardavano a filare.
    
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